Fast Fashion: di cosa si tratta ?

Fast fashion

In occasione della Fashion Revolution Week*, che si terrà dal 22 al 28 Aprile 2019 abbiamo deciso di realizzare una serie di articoli a tema moda sostenibile (e non). In questo articolo partiamo dalla base, ovvero capiamo insieme cosa si intende quando si parla di fast fashion e quali sono le sue disastrose conseguenze.

*Questa settimana è organizzata da Fashion Revolution, è un movimento globale senza scopo di lucro che realizza campagne per modificare il sistema dell’industria della moda, pretendendo maggiore trasparenza nella filiera lavorativa.

CHE COS’E’ LA “FAST FASHION” ?

Fast Fashion Brands

Con Fast Fashion si intende un settore dell’abbigliamento che realizza abiti di bassa qualità a prezzi super ridotti e che lancia nuove collezioni continuamente e in tempi brevissimi, (sì, stiamo parlando delle grandi catene che si trovano ormai in ogni città e in qualsiasi centro commerciale).
A un primo sguardo, si potrebbe pensare: “che figata, vestiti nuovi ogni volta che voglio a prezzi ridotti”, ma sappiamo che il primo sguardo non basta più e che è importante porsi delle domande, approfondire e conoscere meglio chi ci presenta tutto questo come se fosse una cosa fantasica.
Queste aziende hanno come prima (e probabilmente unica) priorità, quella di fare profitto.
Si parla (per il gruppo Inditex) di un fatturato di 26,15 milardi di euro con un utile netto di 3,44 miliardi di euro, e per riuscire a guadagnare così tanto vendendo prodotti a prezzi così bassi, da qualche parte c’è qualcosa a cui non si sta prestando attenzione.

LE CONSEGUENZE SUGLI ESSERI UMANI

Rivendere abbigliamento a basso costo, significa produrlo a basso costo, e produrre a basso costo significa non dare importanza a tantissimi aspetti della produzione.

T shirt true cost
Fonte: Fairwear Foundation e AbitiPuliti.org

In questa foto, ad esempio, puoi vedere il costo di una maglietta da 17€ e come vengono suddivisi i guadagni.
(Precisiamo che questi costi possono essere variabili da azienda ad azienda, da materiale utilizzato e da contratti stipulati tra le parti).
Come avrai sicuramente notato, il lavoratore è il più svantaggiato in questo scenario ma è importante sapere che uno degli svantaggi non è solo il basso salario ma anche e soprattutto le condizioni lavorative.
Questo ci porta quindi a ciò che è accaduto il 24 aprile 2013, in Bangladesh: in questa data è crollato il Rana Plaza, un grandissimo edificio di otto piani che ospitava appartamenti, numerosi negozi e tra le attività anche diversi laboratori tessili che lavoravano per alcune tra le più note catene del fast fashion (vi dice qualcosa H&M, Benetton…?).
Prima dell’accaduto, erano state segnalate crepe nell’edificio che potevano portare a un crollo e, dopo questo avviso,  le attività sono state temporaneamente chiuse, tutte tranne…indovinate un po’ chi ? Ma ovviamente le fabbriche tessili ! I proprietari di queste fabbriche hanno infatto ordinato ai lavoratori di tornare il giorno successivo, giorno in cui l’edificio è collassato.
Questo crollo ha comportato 1129 vittime e 2515 feriti.

rana plaza
L’edificio Rana Plaza dopo il crollo.


Questa giornata viene designata da Fashion Revolution come Fashion Revolution Day.
Questa è una delle tante dimostrazioni di come chi lavora in queste fabbriche non abbia garanzie o tutele in termini di norme di sicurezza o norme igieniche e quanto limitata sia la possibilità di ribellarsi a questo sistema.

LE CONSEGUENZE SULL’AMBIENTE

Oltre a non avere rispetto per le persone che producono gli abiti, queste aziende non si preoccupano di certo di quello che può essere l’impatto delle loro produzioni sull’ambiente. Non c’è attenzione per i tessuti scelti, per le tecniche di produzione e, l’utilizzo di pesticidi o sostanze chimiche aggressive, non è affatto un problema.
La poca attenzione per questi dettagli (che non sono proprio dettagli indifferenti), rende l’industria della moda la seconda in industria più inquinante, subito dopo il petrolio.
La Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite, durante una conferenza in Svizzera, ha rilasciato dei dati sconcertanti relativamente ai danni che provoca all’ambiente questo tipo di industria: essa è infatti responsabile del 20% dello spreco globale dell’acqua e del 10% delle emissioni di anidride carbonica, oltre a produrre più gas serra di tutti gli spostamenti aerei e navali di tutto il mondo.

Oltre a questo, a causa dei pesticidi utilizzati, vengono inquinati i fiumi e i terreni vicini alle fabbriche che ogni giorno scaricano nell’acqua pesticidi, coloranti tossici o sostanze dannose e aggressive utilizzate per la colorazione o lo sbiancamento dei tessuti.
Non è solo la natura a rimetterci in questo caso, ma anche le popolazioni che abitano vicino a quei fiumi e a quegli scarichi, che utilizzando quell’acqua per agricoltura ed esigenze quotidiane, mettono in serio pericolo la loro salute.

I RIFIUTI PROVOCATI DALLA FAST FASHION

Eh sì, perchè la produzione “fast”, oltre a creare tutte le sgradevoli situazioni che hai appena letto, è responsabile anche di un enorme quantitativo di rifiuti.
Il rifiuto è principalmente di due tipi:

MERCE INVENDUTA
Produrre così tanto comporta anche il rischio che non tutto venga venduto e infatti, nel 2018, H&M è rimasto con una quantità di invenduto pari a 4 miliardi e 300 milioni di dollari.
Questa merce invenduta, viene bruciata. Essendo la maggior parte di questi vestiti realizzata con tessuti sintetici di pessima fattura, possiamo solo immaginare il tipo di sostanze che può rilasciare il fumo generato da questo bel falò.

MERCE INDESIDERATA
Questo tipo di rifiuto, è quello che generiamo noi in modo diretto.
Lo generiamo quando ci stufiamo di un abito, quando pensiamo che vada buttato perchè si è rovinato, quando si è effettivamente rovinato perchè avendolo pagato 5€ il tessuto è pessimo e si rovina facilmente, quando abbiamo accumulato troppi vestiti e dobbiamo svuotare l’armadio, quando compriamo qualcosa che non ci convince perchè costa poco e poi non lo indossiamo mai e finiamo per buttarlo.
Certo, starai pensando che nessuno getta gli abiti in discarica, tutti li donano !
Beh, secondo il rapporto “L’Italia del riciclo 2010” a cura della Fondazione Sviluppo Sostenibile e Fise-Unire di Confindustria, in Italia, ogni anno finiscono in discarica 240.000 tonnellate di prodotti tessili, principalmente capi di abbigliamento.

Ma in tutto questo, io che responsabilità ho ?

The true cost movie quote
Una testimonianza che dovrebbe far riflettere, estratta dal documentario “The True Cost”, di una lavoratice di una fabbrica che produce abiti per la fast fashion.

La responsabilità che abbiamo in quanto consumatori, ma soprattutto in quanto esseri umani, è quella di assicurarci che i nostri soldi finiscano nelle tasche di chi condivide i nostri valori.
Lo sfruttamento delle persone (lavoratori e consumatori) e l’inquinamento del pianeta, non rientrano tra i miei ed è per questo che non appena sono venuta a conoscenza di questi fatti, ho smesso di sostenere queste aziende.

Continuare ad acquistare da queste aziende significa continuare a far parte del problema.
La responsabilità che hanno queste aziende è grande, ed è innegabile che continuino a fare scelte sempre sbagliate in termini di diritti umani e ambientali, ma se la produzione di vestiti è raddoppiata negli ultimi anni è in parte anche una conseguenza delle nostre scelte, in quanto siamo noi ad acquistare sempre di più e ad aumentare la richiesta.
Nel 2014, (secondo uno studio di McKinsey divulgato da Greenpeace), infatti, la produzione di vestiti di un anno ha raggiunto e superato i 100 miliardi, che equivale a circa 14 abiti per ogni essere umano (in un anno).

Per fermare o limitare questi danni, dobbiamo smettere di comprare abiti per ogni occasione speciale che capita, dobbiamo dare più valore a quello che abbiamo già e investire in capi più duraturi che non saremo costretti a buttare perchè rovinati dopo qualche lavaggio.
Prima di acquistare un nuovo capo in questi negozi, fermati a riflettere sul vero costo di quel vestito da 15€ che finirà sul fondo del tuo armadio nel giro di pochi mesi.

VISIONE CONSIGLIATA

The True Cost Movie
Locandina del film True Cost.

Per concludere questo articolo, non posso non consigliare la visione di The True Cost: un documentario illuminante (da qualche tempo disponibile su Netflix) che regala un quadro completo ed esaustivo del mondo del fast fashion e di tutto ciò che comporta.
Questo è il documentario che mi ha fatto definitivamente smettere di acquistare da queste aziende e che mi ha fatto riflettere sulla scelta di acquistare prodotti realizzati in modo etico e sostenibile !

Nei prossimi articoli parleremo di quelle che sono le soluzioni e le alternative a questo modo di produrre e consumare abiti !